Asmara, le parole dei familiari dei ragazzi morti a Lamapedusa

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Il sole entra nei das di Asmara.

Ottobre, Asmara è bella e soleggiata. La vita scorre come sempre, forse più lentamente, perché scuole e uffici sono chiusi per la festa musulmana del sacrificio, Eid al Adha, rispettata da tutta la città che fa il “ponte”.

L’Eritrea è un paese laico, senza fanatismi, nel quale convivono, in armonia, molte chiese e religioni, dove la gente esprime, con compostezza, i propri sentimenti, soprattutto quelli più intimi e dolorosi.

©Veg Video, Asmara, i das

©Veg Video, Asmara, il das, capannone per il lutto, dove ricevere il conforto di amici e parenti  

Per capire meglio quanto accaduto a molti ragazzi eritrei, per capire i motivi di quella che i giornali italiani hanno titolato la “tragedia di Lampedusa”, vado nei das, capannoni allestiti dalle famiglie, davanti a casa, dove si celebra il lutto di chi ha perso figli, giovani ragazzi poco più che adolescenti.

Ogni das è preparato con panche, sedie, tavolini; i parenti hanno uno scialle bianco intorno al collo, gli amici arrivano in continuazione, si baciano. Le donne preparano il chai, tè aromatizzato, il caffè, offrono l’himbascià, una torta leggermente dolce, intonano sommesse litanie e recitano il nome di chi è scomparso, la cui fotografia è appoggiata a un ripiano, con un cero a fianco.

Si parla sottovoce. Le mamme non rifiutano l’incontro con noi.

Ringraziano il governo italiano, le istituzioni, l’Unione europea e, davanti al mio stupore, davanti al mio cercar di capire come mai non abbiano rancore verso chi è parte del problema, se non altro per l’esistenza della legge Bossi-Fini, rispondono: «vi ringraziamo perché aiuterete l’Eritrea a riportare a casa i nostri figli».

Speriamo, penso.

Le famiglie che incontro sono cristiano copte. Mi spiegano la loro tradizione religiosa che prevede che il corpo, accolto prima nei das, poi prosegua verso il cimitero, accompagnato da parenti e amici, solo così il dolore si potrà placare. Il lutto ha un rituale che deve essere rispettato, è un addio alla vita che non si può cambiare. Per questa ragione le famiglie rivogliono i corpi, altrimenti il tormento non cesserà, dice il prete.

Questo non è il momento, per loro, di cercare spiegazioni, è il momento di riportare a casa i figli perché riposino in pace. Non credo che queste famiglie avrebbero capito l’ironia della manifestazione romana davanti a Montecitorio, il senso surreale più che simbolico di un funerale in piazza, con le bare finte, di cartone.

Una mamma mi dice: «fino a quando sarò viva vorrei poter portare tutti i giorni un fiore sulla tomba di mio figlio». Poi mi guarda dolcemente e aggiunge:«pregherò anche per lei, per chiunque mi aiuti a riaverlo».

Quando un eritreo della diaspora muore all’estero, i familiari in patria, la comunità dove risiedeva, si fanno carico della spesa per il rimpatrio, anche se si tratta di una cifra molto alta, perché, qualunque siano state le scelte in vita, non può esserci Spoon River se non a casa propria.

La nostra domanda è: «per quale motivo questi vostri figli lasciano il Paese, scappano, affrontano pericoli e qualche volta muoiono, risucchiati dal mare o dalla sabbia del deserto?  Li incontriamo per le strade delle città, belli, educati, allegri, come mai, allora, accettano il rischio di uscire illegalmente, di andarsene “via cammello?»

Risponde  Nighisti Tzegai, trent’anni, sorella di una delle vittime di Lampedusa: «adesso, forse, la comunità internazionale aprirà gli occhi, capirà che se il confine (ndr Etiopia- Eritrea) fosse rispettato, i nostri fratelli non lascerebbero il loro Paese, non uscirebbero neppure dal cortile di casa» perché, aggiunge «quello che non sta facendo crescere il nostro Paese, che ne ha fermato lo sviluppo è la situazione del confine. I giovani costretti a proteggerlo sono ancora tanti, troppi.  Questo è il problema».

Una donna minuta, moglie di un martire, cioè di un combattente morto per l’indipendenza dell’Eritrea, regge con forza un nuovo dolore. Dopo la morte di un figlio scomparso per malattia, adesso ha perso l’unica figlia, strappatale dalle acque di Lampedusa.

Per quietare il tormento, piangendo, si rivolge alla ragazza che, nella fotografia incorniciata sul tavolino, sorride con in testa il tocco: «perché mi hai lasciata? Perché hai voluto andare altrove?»  Un po’ in disparte c’è un uomo triste che preferisce non parlare, lui aveva aiutato la mamma a crescerla.

Molte sono le storie, i volti giovani degli amici che arrivano in jeans e maglietta, si siedono, guardano interrogativi, con gli occhi lucidi, chi intervista e fa le riprese, forse pensando che le domande, in questo momento, siano inutili.

Il prete copto che prega e conforta i parenti in lutto paragona la migrazione di questi ragazzi verso l’estero al flusso dell’acqua di un fiume in piena. Il traino degli uni verso gli altri è molto forte, dice.

Adriana, una signora italo-eritrea, ritornata a vivere, dopo la pensione, nel paese d’origine, racconta: «qui c’è ancora molta solidarietà. Ci si aiuta a vicenda. Chi può porta, senza dirlo in giro, un piatto caldo al vicino in difficoltà. Ogni zona ha una persona che si preoccupa che i bambini vadano all’asilo, perché non devono rimane per strada quando i genitori lavorano. Poi si sta attenti che vadano a scuola, perché studiare è importante. E non si mendica. Ha visto gente che elemosina? Gli eritrei non chiedono, stringono la cinghia e vanno avanti, con orgoglio».

In Italia un ragazzo eritreo mi dice: «in Eritrea non vedrai ricchezza ma neppure miseria, questo è un dato positivo. L’unico momento della nostra storia in cui abbiamo avuto fame è stato durante il Derg, (ndr quando l’Eritrea era colonia dell’Etiopia di Menghistu) Allora per le nostre strade potevi vedere gente sporca, malvestita, denutrita, con le ferite non curate, gli arti amputati. Scene tristissime di cui provavamo vergogna. Oggi non è più così».

E del governo cosa dice la gente? Le risposte raccolte sono parecchie e, naturalmente, differenti però molti pensano che nel Paese non ci sia corruzione, che, se la situazione internazionale lo permettesse, si potrebbe vivere meglio, che il presidente è un uomo semplice, con una famiglia normale, senza privilegi. Mi viene detto: «pensi che uno dei suoi figli un anno, a scuola, è stata bocciato…». Allora è vero che la storia di questo Paese africano, indipendente dal 1993, è un’eccezione.

Marilena Dolce
@Eritrea Live

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