Immigrazione e Media

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Perugia, 26 aprile Festival Internazionale del Giornalismo 2012, considerazioni in margine al panel “immigrazione e media”

L’intervento di Laura Boldrini portavoce dell’UNHCR, (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) che è possibile ascoltare in streaming, apre una questione importante sul modo in cui i mezzi di informazione affrontano la questione dei migranti.

Le conseguenze della “primavera araba” hanno portato giornali, tv e radio ad utilizzare parole come “ondate”, “tsunami”, “esodi biblici“, “invasioni”, metafore e similitudini create non per analizzare e capire ma per alimentare la paura dello straniero, del “clandestino”.

Il 12 febbraio 2011 il Consiglio dei Ministri, dopo che il Ministro dell’Interno Maroni diffonde dati che prevedono lo sbarco sulle coste italiane di mezzo milione di persone, dichiara l‘emergenza e riapre il centro di Lampedusa.
I media italiani, attenti alla politica interna e senza informarsi diversamente, ripropongono nei titoli dei giornali le pessimistiche previsioni. Migrazione uguale minaccia, come sottolinea Laura Boldrini nel libro “Tutti Indietro” (2009).

In questo contesto l’unico dato fornito è quello quantitativo che separa la migrazione da ogni valenza umana.
Jürgen Habermas, nel 1994, in un saggio sul multiculturalismo (lotta di riconoscimento nello stato democratico di diritto, “Ragion Pratica” anno II, n°3) scriveva che il riconoscimento (dell’altro) sul piano internazionale deve passare attraverso la lotta all’eurocentrismo e al predominio culturale dell’Occidente perché la gran massa di coloro che emigrano provengono dal sud del mondo e fuggono dalla povertà; ed è contro questa immigrazione che scende in campo “lo sciovinismo europeo del benessere”.

Gli arrivi via mare, anche se enfatizzati, riguardano una piccola percentuale di migranti, la maggior parte arriva via terra o in aereo e si ferma prolungando un temporaneo visto turistico.
Nel 2011 la guerra in Libia e la “ripicca” di Gheddafi contro l’Italia alleata dei nemici europei, coinvolge nel dramma della migrazione civili di diverse nazionalità, rifugiati ma più spesso semplici lavoratori che devono scegliere se tornare nel paese più povero da cui provengono o tentare una nuova emigrazione, come scrive sul Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini , “E il Colonnello farà partire migliaia di profughi”, (9 maggio 2011).

A marzo (2011) un documento preparato dall’Istituto Affari Internazionali,(IAI) stima in seimila gli sbarchi da inizio d’anno (Doc IAI 1105). In tutto dalla Libia in Italia sono arrivate 28 mila persone.
La nascita dell’Agenzia Frontex, operativa dal 2005 (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) evidenzia il principio di “non respingimento” secondo cui gli Stati membri dell’Ue non possono espellere o respingere i richiedenti asilo verso luoghi in cui la vita o la libertà sono minacciati.

Davanti al temuto ingresso massiccio di stranieri in Italia, gli altri Stati membri (Francia, Germania, Pesi Bassi, Spagna, Malta) più quelli coinvolti nell’area Schengen (Norvegia,
Islanda, Svizzera e Liechtenstein) temporeggiano, non avendo obbligo di intervento, o semplicemente respingono.

Per giornali e tv italiane quelli che approdano a Lampedusa sono tutti “clandestini”, anche se la Carta di Roma, codice deontologico per i giornalisti stipulato nel 2007, mette al bando il termine considerandolo discriminatorio. I tg della sera, tuttavia, propongono immagini forti, talvolta folcloristiche, per ribadire, con un’informazione superficiale, che l’invasione clandestina esiste.

Alcuni di questi “clandestini” arrivando da paesi in guerra potranno chiedere lo status di “rifugiati” o di “richiedente asilo” in attesa che si valuti. La maggior parte, in Italia, beneficerà di “protezione umanitaria”, in moltissimi casi però chi sbarca è semplicemente migrante, cerca cioè altrove, rispetto alla propria patria, un avvenire migliore.

Come i giovani eritrei, che non scappano da un paese in guerra e che in Libia si sono trovati al centro della politica delle ripicche e dei respingimenti.

Per la stampa italiana sono “clandestini” e, siccome sono africani, ”fuggono dalla guerra”, e da una qualche “feroce dittatura”.

Non si scrive mai che anche i giovani eritrei, come i giovani occidentali, sono una generazione 2.0, “nativi digitali” che vorrebbero un paese meno duro, dove il “sacrificio per la patria” non fosse una necessità quotidiana.

Ogni volta che su un barcone in arrivo a Lampedusa c’è un eritreo, immaginiamo identificato, “clandestinità” diventa corollario di “dittatura” perché non si ritengono interessanti le difficoltà politiche di un paese piccolo, stretto tra altri più grandi e con alleati più forti.

Una volta messa al bando la parola “clandestinità” bisognerebbe sforzarsi di conoscere la storia dei paesi da cui provengono i “clandestini”.

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