SAWA, ragazzi in gita scolastica a Gurgussum

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“Era l’ora più bella sulla spiaggia di Gurgussum, l’intermezzo tra la morte del giorno e la nascita della sera. Le onde venivano ad accarezzarmi e mi sembrava che il mio amore per il mare riempisse l’infinito, avrei voluto trasformarmi in un gabbiano e restare sempre là a sentire il rumore dell’acqua…”.
Erminia Dell’Oro, Asmara Addio, 1993, MIlano

Gurgussum, la spiaggia di Massawa, città calda nel maggio eritreo, una volta era la spiaggia di casa della colonia primogenita, quella dove gli italiani si rilassavano adagiati su eleganti lettini con a fianco comodi capanni.
Ancora oggi il fascino di Gurgussum può colpire al cuore, purché però si sappia immaginare quanto non esiste più.

Resta la bellezza della natura, la lunghissima spiaggia bianca e sabbiosa, il mare trasparente, limpido, calmo, caldissimo a inizio estate, tanto che per trovare una corrente fredda è necessario spingersi distanti dalla riva.
Quello che manca e che, con fatica, si sta ricreando è la struttura “alberghiera”.

Alcuni capanni, “suite”, sono stati attrezzati ex novo, altri risistemati riuscendo in questo modo a offrire un appoggio per la giornata al mare. Le stanze con servizi, tv, frigo per bibite fresche e aria condizionata sono accoglienti ma non lussuose.

Il ristorante sulla spiaggia è pulito, il personale cortese e la cucina, classica eritrea, con accenni di tradizione italiana propone anche spaghetti e maccaroni.

Nella stagione meno calda il Beach di Gurgussum è meta di viaggi di nozze per giovani sudanesi, a maggio invece è il mare del week end e delle vacanze familiari eritree. Soprattutto nelle ore più fresche gli ombrelloni aperti e le sdraio sulla battigia rendono questa spiaggia africana simile a una Viserbella incontaminata e retrò.

Il lunedì lo scenario cambia, la spiaggia si svuota di turisti e arrivano i ragazzi in gita scolastica.
Sono un bel gruppo di studenti di Sawa, la mitica e “terribile” scuola militare che la stampa definisce lager.

Dopo aver partecipato alla festa dell’Indipendenza nei giorni dal 23 al 25 maggio e prima degli esami dell’undicesimo anno, ai ragazzi di Sawa è accordato un piccolo periodo di vacanza che possono decidere di trascorrere a casa con la famiglia oppure nei luoghi del paese più difficili o costosi da visitare.

Molti di loro, maschi per la maggior parte, ma anche ragazze hanno scelto di stare col gruppo, lontani dalla famiglia. Appena arrivati a Gurgussum tolgono dagli zaini l’acqua e un pallone per l’immancabile partita di calcio.

Il numero è quello giusto, l’entusiasmo pure e l’incitazione in italiano fa risuonare molti “bravo” sulla spiaggia del Corno d’Africa.

La tregua tra il primo e il secondo tempo è un bagno, così nuotando mi parlano di loro, della scuola e dello sport; sono allegri, felici, ridono perché della Champions League che si sta giocando in questi giorni di maggio, ne sanno più di me.

Mi parlano di Gattuso, Pirlo, del Milan e di Ibra, rassegnati a perder tempo con una giornalista che non scrive per una testata sportiva e che non sa nulla di calcio. Le loro sono normali storie di diciassettenni, mi dicono da dove vengono e cosa vorrebbero fare, incrociando le dita al pensiero dei prossimi esami.

Parlano liberamente, nessuno li controlla, se c’è, come immagino, un accompagnatore non interviene nell’intervista ai ragazzi. Due di loro mi colpiscono: uno abita ad Asmara, nel quartiere di Ghezza Banda e spera di poter fare l’ingegnere perché ha buoni voti scolastici, 3,5 su 4 che è il massimo. Il suo amico invece glissa sui voti e mi dice che non farà il College ma un corso di formazione per l’agricoltura, con la speranza di trovare lavoro.

In Eritrea la scuola pubblica è gratuita per tutti, fino al college. Lo sforzo maggiore dopo l’indipendenza (1993) è stato quello di creare una scuola laica perché, fino a quel momento, l’istruzione era curata dalle missioni.
Storicamente sono stati i missionari, soprattutto salesiani, comboniani e pavoniani che, accanto all’assistenza sanitaria, si sono occupati di formazione. La scuola non rientrava negli interessi né della colonia liberale né di quella fascista; all’Italia bastava che i nativi sapessero leggere un poco e, soprattutto, capissero la lingua in modo adeguato al lavoro.

Del resto in quegli anni anche in Italia il livello di scolarizzazione non era alto, così è probabile che i coloni, con l’eccezione degli ufficiali, non fossero a loro volta particolarmente istruiti.

A sera, casualmente, rincontro i “miei” ragazzi di Gurgussum al Grand Hotel Dahlak, il lussuoso albergo di Massawa inaugurato lo scorso febbraio da Giovanni Primo. Sono tutti attorno a un tavolo, bevono, ridono, scherzano, si fermano per salutarmi e così decidiamo di chiudere la giornata con un in bocca al lupo per gli esami e una canonica foto di gruppo.




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